Fonte: agienergia.it
Le potenze occidentali sostengono da tempo che l’Iran stia cercando di dotarsi di armi nucleari mentre i leader iraniani respingono categoricamente le accuse affermando il loro interesse verso un uso pacifico dell’energia nucleare. A novembre 2011, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha pubblicato un nuovo rapporto relativo al programma nucleare iraniano; pur non dichiarando la costruzione di bombe atomiche, il report in questione evidenziava molte criticità in più rispetto al precedente relativamente alla politica nucleare di Teheran.
Dal momento della pubblicazione del report da parte della IAEA, il confronto tra le potenze occidentali e l’Iran è diventato sempre più acceso. Gli Stati Uniti hanno deciso di imporre sanzioni sulla Banca Centrale iraniana e l’Unione Europea, al contempo, ha approvato l’imposizione dell’embargo sulle esportazioni di petrolio della Repubblica Islamica. L’Iran ha mostrato tutta la sua contrarietà a queste nuove e più severe misure minacciando di intraprendere azioni ritorsive, tra cui la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Il presente articolo non vuole né appoggiare né contestare le accuse rivolte al programma nucleare iraniano; l’obiettivo è piuttosto quello di esaminare l’impatto che l’attuale confronto politico, e il suo potenziale risvolto militare, può avere sulle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente.
La maggior parte del petrolio e del gas provenienti da Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) arriva sui mercati mondiali attraversando lo Stretto di Hormuz. Lo Stretto collega il Golfo Persico con il Golfo dell’Oman e il mare Arabico. Hormuz è da molto tempo il canale di transito energetico più importante su scala mondiale. Secondo un recente report elaborato dal Dipartimento per l’Energia statunitense, nel 2011 circa 17 mil. bbl/g. di petrolio sono transitati attraverso lo Stretto, un volume equivalente al 35% di tutto il commercio petrolifero via mare e circa il 20% di quello complessivo mondiale. Gran parte di questi carichi marittimi sono destinati ai mercati asiatici (Cina, India, Giappone e Corea del Sud).
La chiusura dello Stretto è stata più volte minacciata durante le numerose guerre che hanno interessato l’Iran. Da qui la costruzione di diverse rotte alternative quali: 1) l’oleodotto Petroline (altrimenti noto come East-West Pipeline) che attraversa l’Arabia Saudita da Abqaiq fino al Mar Rosso; 2) la pipeline Abqaiq-Yanbu per il trasporto di frazioni liquide del gas naturale (NGLs) che corre parallela alla Petroline fino al Mar Rosso; 3) la pipeline Iraq-Turchia che arriva al porto di Ceyhan sul Mediterraneo; 4) l’oleodotto, attualmente in costruzione, che parte da Abu Dhabi e termina al porto di Fujairah, appena a sud dello Stretto. Altre due rotte potenziali sono la pipeline irachena che attraversa l’Arabia Saudita e la Trans-Arabian Pipeline (Tapline) da Qaisumah in Arabia Saudita a Sidon in Libano; entrambe sono state inattive per molti anni a causa delle tensioni politiche in atto.
In realtà, i rischi per i flussi marittimi di petrolio e gas sembrano minori di quanto comunemente si possa pensare. L’esempio più significativo è quello della guerra Iran-Iraq durante la quale i due paesi hanno attaccato le reciproche navi nel Golfo Persico per indebolire le rispettive economie. Nessuno dei due paesi è stato in grado di far soccombere l’altro. Anche se il commercio via mare del Golfo ha inizialmente subito una riduzione del 25% circa e il prezzo del greggio è schizzato, alla fine la cosiddetta “Guerra dei tanker” non ha compromesso in maniera significativa il commercio marittimo di petrolio. Dalla fine degli anni ‘80, la taglia e la potenza della flotta cisterniera mondiale sono cresciute significativamente, rendendo ancora più complessa la sua distruzione per il trasporto di greggio. Al di là di queste situazioni estreme, si consideri che gran parte dei carichi marittimi di greggio che partono dall’Iran passano per lo Stretto: bloccare i flussi di petrolio avrebbe pertanto un impatto sostanziale sull’economia del paese. In sostanza, è improbabile che lo Stretto venga chiuso ma è importante non sottovalutare la psicologia del mercato petrolifero; i prezzi reagiscono, infatti, in modo evidente alla “paura” di una possibile interruzione delle forniture.
Inoltre, boicottare le esportazioni di petrolio iraniane potrebbe infliggere un duro colpo alla già fragile ripresa dell’economia mondiale. Ad inizio gennaio, il Fondo Monetario Internazionale (IMF), nelle parole del suo managing director Christine Lagarde, ha annunciato una revisione al ribasso delle previsioni sulla crescita mondiale per il 2012. L’Iran, uno dei membri fondatori dell’OPEC, è un importante produttore ed esportatore di petrolio. Se da un lato, è vero che la maggior parte dell’export di Tehran è indirizzato ai mercati asiatici (Cina, India, Giappone e Corea del Sud) e che l’UE importa il 14% dei suoi fabbisogni di petrolio dall’Iran (principalmente Italia, Spagna e Grecia), d’altro canto, è anche vero che il mercato petrolifero mondiale è ben integrato. Oggi non fa molta differenza chi importa e chi esporta un barile di petrolio; quello che realmente conta è un’adeguata disponibilità delle forniture. Kuwait, Arabia Saudita ed EAU hanno promesso di aumentare la produzione per far fronte a qualsivoglia interruzione lato offerta. Anche il venir meno delle esportazioni iraniane di petrolio potrebbe accrescere la tensione in materia di disponibilità. L’interdipendenza è la principale caratteristica dei mercati petroliferi; tutti i produttori e i consumatori dipendono gli uni dagli altri. Un embargo petrolifero sull’Iran potrebbe quindi seriamente compromettere l’economia del paese ma è altrettanto possibile che indebolisca anche le economie europea e mondiale.
Ad inizio gennaio, il primo ministro italiano Mario Monti ha affermato che un embargo petrolifero “è concepibile solo se sarà graduale ed escluderà le consegne volte a ripagare i debiti iraniani pregressi nei confronti dell’ENI”. Il Primo ministro ha aggiunto anche che “è necessario incoraggiare un dialogo aperto e trasparente con l’Iran”.
Proprio questo genere di dialogo, aperto e trasparente, non è ravvisabile nell’approccio internazionale verso il programma nucleare iraniano. Sollevare minacce militari ed inseverire le sanzioni economiche potrebbe ulteriormente destabilizzare l’area medio-orientale ed indebolire l’economia mondiale. A pagarne il prezzo sarebbero milioni di civili innocenti. Retorica a parte, non è finita l’era della diplomazia. Se le potenze occidentali sapranno trovare un modo per tornare a coinvolgere l’Iran nel sistema politico ed economico internazionale e sapranno trovare un compromesso che tenga in considerazione i diritti di Tehran e al contempo fornisca garanzie legali e di sicurezza ai paesi vicini e alla comunità internazionale, la minaccia percepita verrebbe meno. E’ più facile iniziare una guerra che non finirla e non è mai troppo tardi per fare pace.
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